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Tra qualche giorno si riaccenderà in modo sempre più
frenetico il fenomeno di Halloween, un carnevale con
scheletri e zucche, un modo come sostengono i fans e
i
guru dell'americanata per esorcizzare la paura del
dolore e della morte, azioni apotropaiche da insegnare
ai
bambini perché scherzino e si divertano con zucche,
streghe con scope, gatti neri e scheletri vari: ridere
e
scherzare, quindi, per allontanare ciò che è tabù per
gli
adulti ancor prima che per bambini, ragazzi e giovani.
A
riguardo vorrei suggerire alcune riflessioni:
La notte del 31 ottobre, notte di Halloween, macabro
preludio alla festa di tutti i Santi e alla
commemorazione
dei defunti, è divenuta, nel corso dell'ultimo
decennio,
un fenomeno commerciale sempre più ampio fino a
imporsi
come "festa popolare", che coinvolge soprattutto
bambini,
ragazzi e giovani. L'appuntamento è atteso, purtroppo,
non
solo da "gente alternativa", ma è sostenuta dagli
stessi
responsabili in ambienti destinati comunemente
all'educazione, quali la scuola, i luoghi pubblici
comunali e persino qualche oratorio parrocchiale.
Ogni tentativo di ricostruzione storica e di
legittimazione teorica di tale ricorrenza, della quale
si
rivendica l' "antica tradizione celtica", mostra con
chiarezza l'esodo della stessa dalla nostra vecchia
Europa
in direzione dell'America, per ritornare nuovamente
qui da
noi.
Un polpettone di tradizioni celtico-americane,
ben
farcito di interessi commerciali, che scherza e fa
divertire con richiami al dolore e alla morte.
L'effetto di tale "tradizione" è di contribuire alla
banalizzazione sempre più radicale delle realtà più
serie
dell'esistenza: il tema dell'eternità, della morte e
dell'aldilà.
Nel primo atto della Tosca il sagrestano diceva
"scherza
coi fanti, ma lascia stare i santi", battuta divenuta
proverbiale per distinguere con chiarezza quelle
realtà
ammantate di mistero e rispetto, riconosciute
importanti
dalla stessa collettività sociale.
Ormai, invece,
sembra
che bastino cinque o sei anni per scalzare una
tradizione
millenaria connotata dal ricordo spirituale di santi e
dall'affetto dei propri cari defunti. In gioco non ci
sono
solo lo svuotamento della ricorrenza cristiana, bensì
l'appiattimento e la banalizzazione collettiva del
tema
della morte e del dolore umano.
Che dire a questo punto? Mi sembra che la natura
sempre
più affettiva e psicologica della paura della morte
cresca, mentre nella nostra società decresce la
speranza.
Muore un amico o una persona molto cara: chi è capace
di
scherzarci su? Nessuno, tranne il superficiale e
l'insensibile? così pensa ancora la gente?! C'è un
giorno all'anno in cui tutti, credenti e no, sensibili
e
insensibili si recano al Camposanto per visitare i
propri
morti, per dire una preghiera, per dedicare un attimo
ai
sentimenti più veri e profondi; l'occasione in cui
un'umanità segnata dal tempo, che passa lasciando una
traccia profonda. E proprio a ridosso di quel giorno
si
incoraggiano bambini e giovani a celebrare il suo
contrario con Halloween: ma la vita, così, è ridotta a
farsa, dove i giorni sono tappe frenetiche del valore
di
uno zapping televisivo.
Qoèlet ricorda che: "C'è un tempo per nascere e un
tempo
per morire' un tempo per piangere e un tempo per
ridere"
(Qo 3,2.4) e Qoèlet era un sapiente dell'Antico
Testamento
che aveva colto le dimensioni plurime e reciprocamente
intersecanti della vita, nei suoi vari momenti,
donando
valore a ciascuno, poiché per ogni cosa c'è il suo
tempo
opportuno.
L'Halloween americano, trangugiato in
Italia, è
ben lungi dalla sapienza di Qoèlet con il voler
sciorinare
un minestrone di divertimenti e di
"dolcetti-scherzetti" a
base di zucche vuote.
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