ATTUALITA'

 Halloween: zucche vuote crescono?

Di Silvio Barbaglia - sacerdote

Novara, 27 ottobre '03
 

Tra qualche giorno si riaccenderà in modo sempre più frenetico il fenomeno di Halloween, un carnevale con scheletri e zucche, un modo  come sostengono i fans e i guru dell'americanata  per esorcizzare la paura del dolore e della morte, azioni apotropaiche da insegnare ai bambini perché scherzino e si divertano con zucche, streghe con scope, gatti neri e scheletri vari: ridere e scherzare, quindi, per allontanare ciò che è tabù per gli adulti ancor prima che per bambini, ragazzi e giovani.
A riguardo vorrei suggerire alcune riflessioni: La notte del 31 ottobre, notte di Halloween, macabro preludio alla festa di tutti i Santi e alla commemorazione dei defunti, è divenuta, nel corso dell'ultimo decennio, un fenomeno commerciale sempre più ampio fino a imporsi come "festa popolare", che coinvolge soprattutto bambini, ragazzi e giovani. L'appuntamento è atteso, purtroppo, non solo da "gente alternativa", ma è sostenuta dagli stessi responsabili in ambienti destinati comunemente all'educazione, quali la scuola, i luoghi pubblici comunali e persino qualche oratorio parrocchiale. Ogni tentativo di ricostruzione storica e di legittimazione teorica di tale ricorrenza, della quale si rivendica l' "antica tradizione celtica", mostra con chiarezza l'esodo della stessa dalla nostra vecchia Europa in direzione dell'America, per ritornare nuovamente qui da noi.
Un polpettone di tradizioni celtico-americane, ben farcito di interessi commerciali, che scherza e fa divertire con richiami al dolore e alla morte. L'effetto di tale "tradizione" è di contribuire alla banalizzazione sempre più radicale delle realtà più serie dell'esistenza: il tema dell'eternità, della morte e dell'aldilà.
Nel primo atto della Tosca il sagrestano diceva "scherza coi fanti, ma lascia stare i santi", battuta divenuta proverbiale per distinguere con chiarezza quelle realtà ammantate di mistero e rispetto, riconosciute importanti dalla stessa collettività sociale.
Ormai, invece, sembra che bastino cinque o sei anni per scalzare una tradizione millenaria connotata dal ricordo spirituale di santi e dall'affetto dei propri cari defunti. In gioco non ci sono solo lo svuotamento della ricorrenza cristiana, bensì l'appiattimento e la banalizzazione collettiva del tema della morte e del dolore umano. Che dire a questo punto? Mi sembra che la natura sempre più affettiva e psicologica della paura della morte cresca, mentre nella nostra società decresce la speranza. Muore un amico o una persona molto cara: chi è capace di scherzarci su? Nessuno, tranne il superficiale e l'insensibile? così pensa ancora la gente?! C'è un giorno all'anno in cui tutti, credenti e no, sensibili e insensibili si recano al Camposanto per visitare i propri morti, per dire una preghiera, per dedicare un attimo ai sentimenti più veri e profondi; l'occasione in cui un'umanità segnata dal tempo, che passa lasciando una traccia profonda. E proprio a ridosso di quel giorno si incoraggiano bambini e giovani a celebrare il suo contrario con Halloween: ma la vita, così, è ridotta a farsa, dove i giorni sono tappe frenetiche del valore di uno zapping televisivo.
Qoèlet ricorda che: "C'è un tempo per nascere e un tempo per morire' un tempo per piangere e un tempo per ridere" (Qo 3,2.4) e Qoèlet era un sapiente dell'Antico Testamento che aveva colto le dimensioni plurime e reciprocamente intersecanti della vita, nei suoi vari momenti, donando valore a ciascuno, poiché per ogni cosa c'è il suo tempo opportuno.
L'Halloween americano, trangugiato in Italia, è ben lungi dalla sapienza di Qoèlet con il voler sciorinare un minestrone di divertimenti e di "dolcetti-scherzetti" a base di zucche vuote.


 
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